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dicono della Sicilia ...


“La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo...

Ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo, è il fatto che da un’estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura”.
Guy de Maupassan

 

Palagonia
Grosso centro della provincia di Catania, di cui domina l'immensa e rigogliosa Piana; sorge alle pendici settentrionali dei monti Iblei e a sud del monte Etna, nel cuore dell'antica Val di Noto, tra le provincie di Catania e Siracusa; è una delle più rinomate tra le capitali dell'Arancia a Polpa Rossa.

Città le cui origini storiche affondano nella notte dei tempi, fino a condurci in un mondo popolato di miti, leggende e fecondo di poesia: L'antica Palikè fondata dal celebre condottiero siculo Ducezio, evocata dall'etimologia del nome stesso Palagonia, ossia Palìken Nea (nuova Palica)
L'antico che si intreccia al moderno. I siti archeologici che appaiono come gemme incastonate su lussureggianti distese di agrumeti.
Le pregiate arance rosse, "oro rosso" delle terre palicie. Le tradizioni che, a dispetto dei tempi, questo popolo difende con tenacia, quali simboli della sua identità sacra e inviolabile. Popolo schietto e passionale, laborioso e generoso come la sua terra. Crocevia di storie, destini ed etnie diverse.
Questo e molto altro è Palagonia città dalle mille sfaccettature che, pur zoppicante, tenta di misurasi con sfida della modernità, in una costante tensione tra passato e presente.
Città che cela, nascosta, la sua storia millenaria, cancellata dalle pietre e mai del tutto rimossa dal profondo del proprio animo.

CENNI STORICI:
Le prime notizie storiche dell'attuale centro si pongano in epoca normanna, le origini più remote vanno ricercate dell'antica Palikè fondata, secondo quanto ci riferiscono Macrobio e Virgilio l'anno IV dell'Olimpiade 81 (V secolo a.C) da Ducezio di Nea (odierna Noto), presso il preesistente tempio dedicato al culto dei mitici fratelli Palici, figli di Giove e della ninfa etna Thalia, personificazione dei laghetti sulfurei di Naftia.
"Vicino al Simeto, fiume della Sicilia, la ninfa Thalia gravida di Giove, per timore di Giunone moglie e sorella del dio adultero, chiese che la terra si aprisse per lei; cosa che avvenne dopo la maturità del parto, dalla terra apertasi, vennero fuori quelle Fonti" (Ravisio nei suoi Officia)
Sulle acque esalanti dei due sacri laghetti, cinti dall'imponente santuario e dal sacro bosco, si scioglievano su tavolette d'argilla i solenni giuramenti e l'area serviva da asilo ai servi oppressi dai loro padroni. E tuttavia il culto veniva amministrato dai sacerdoti del tempio, i quali non disdegnavano di infliggere sacrifici umani, o secondo quanto essi ritenevano consono alle varie circostanze.
Tale luogo, sito nella vicina contrada "Rocchicella" fu dunque scelto per la fondazione di Palikè, che, nelle intenzioni del suo fondatore sarebbe dovuta essere capitale e fulcro del sogno indipendentista dei Siculi, contro le città greche di Agrigento e Siracusa, ma la cui gloria di baluardo contro l'espansione ellenica ebbe breve durata.
nel 453 a. C. Ducezio fu sconfitto dai Siracusani ed esiliato a Corinto e la colonizzazione greca ebbe il sopravvento. La sconfitta dei Siculi e la conseguente distruzione di Palikè segnarono il triste esito di un popolo, quello siciliano, che aspirava a conquistare la propria autonomia fuggendo ad ogni forma di assoggettamento. Ma la storia prosegue, costellata da un continuo succedersi di dominazioni e di soprusi ,quella di Ducezio e dei suoi Siculi, fondata su alti ideali democratici, sul rispetto delle fasce sociali più deboli e sulla laboriosità, assume la valenza quasi metaforica, ancor prima che la sua discendente città, di un'isola che chiameremmo "Utopia".
La storia continua a calcare questi luoghi, disegnando altri eventi.
In epoca Romana il tempio dei Palici si presta ancora come rifugio e roccaforte degli schiavi ribelli al potere soverchiante di Roma (II secolo a.C) . Il territorio viene abitato sin dall'alto medioevo da una consistente comunità cristiana. Numerosi sono i segni di frequantazioni del luogo che ci portano fino in età sveva (XII-XIII sec d. C) Numerosi insediamenti presenti nelle zone circostanti a Rocchicella, in particolare nelle contrade San Giovanni, Coste, Tre Fontane, Covoni (in territorio di Palagonia).
Dopo secoli oscuri, ci ritroviamo nel 1093, quando la terra di Palagonia, assieme ad un vastissimo territorio, è oggetto di una donazione fatta dal Conte Ruggero al vescovo di Siracusae poi ratificata da una bolla del pontefice Urbano II.
Successivamente appartiene a numerosi signori locali, prima di passare a Ruggero Di Lauria, ammiraglio di Pietro I di Sicilia e a Blasco Alagona. Nel 1320, il borgo passa a Ruggero Passaneto, successivamente a Filippo Ventimiglia. Dal 1932 si susseguono Re Martino, Berengario Cruyllas.
Ubertino de Grua e Calcerando Samminiato. Nel 1407 il feudo perviene a Giacomo Gravina, alla cui famiglia, investita nel 1626 con reale privilegio da Filippo IV
del titolo di Principi di Palagonia, esso rimane per secoli…. Città dalle vicende tormentate, più volte risorta dalle ceneri come la mitica Fenice, viene colpita dal terremoto del 1542 e da quello più tremendo del 1693 che devastò tutta la Sicilia orientale. Popolo, quello palagonese, nel cui scorre sangue palicio, di quei antichi progenitori avversi al potere ed ai soprusi: i suoi uomini in armi difendono le colline Iblee, dopo lo sbarco dei francesi ad Augusta (1674-78); e nel 1647 partecipa alla sommossa contro gli spagnoli; nel 1714 contro i Savoia; nel 1820 e nel 1837 contro i rivoluzionari. Le riforme amministrative del 1816-19 avevano decretato l'istituzione di Palagonia a Comune autonomo all'interno della sottointendenza di Caltagirone, senza tuttavia un sostanziale mutamento negli equilibri di potere interni all'èlite muinicipale, nella quaule il controllo del potere decisionale continuava ad essere d i esclusivo appannaggio degli alleati dei PrincipI Gravina. Alla morte dell'ottavo e ultimo di questi, Francesco Paolo (1854) il feudo, insieme ada ltri beni detenuti dalla famiglia come possesso feudale, viene donato all'ospedale Civico di Palermo Fatebenefratelli con successiva e discutibile gestione creò malcontento dei contadini locali.
Gli anni avanzano e la specializzazione agrumicola segna il boom economico che ne riscatta l'antica miseria.

su concessione di Giuseppe Maggiore.

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